sabato 8 marzo 2008

Trattini bianchi

Trattini bianchi, lunghi, rettangolari. Come se l’ingoiasse. L’ingoiasse aumentando l’impulso ad ingerire sempre di più, dando la stura alla bulimia perfettamente umana inespressa altrove.
Viene a mancare il contorno di tutto questo, l’asfalto sembra dissociarsi piano dai trattini lasciando una eco, un piano nebuloso che si dissolve adagio, con eleganza e disinvoltura. Livello dopo livello questa terra porosa si sfalda, si allontana dalla memoria, slega i legami che sostengono i trattini divisi fra loro, concedendo l’umidore del sogno e della paranoia.
E questa unica striscia bianca acquista in solidità e in forza, sempre più dritta, rigida, inarrestabile. Guadagna terreno sulla volontà di lui, che non inghiotte più, ma viene invece preso, costretto a subire la costante penetrazione attraverso la bocca, attraverso l’ano, attraverso la piccola fessura in punta di pene dove lei s’infila e risale i canali, si snoda fra le strettoie, si ricongiunge a se stessa al crocevia dello stomaco.
Non ha odore pare. Lui non si accorge se c’è un odore che lo attraversa. Si potrebbe riconoscere al massimo una temperatura, una temperatura fresca, non proprio un odore. Sa di coca forse, ha la stessa umidità, la stessa del deposito di ghiaccio sulle grate di un frigo da sbrinare. No, non ha odore, suono, colore, consistenza. Solo, tiene in sè il retaggio di tutto questo.
Forse si fermerebbe lui se investisse qualcuno, se venisse strappato via da questo canale di scolo per l’energia e l’anima per essere gettato in qualcosa di più cruento, qualcosa capace di colpirlo e trattenerlo dalla corsa.
Striscia bianca che lo attraversa come se lui fosse un fantasma, odore anestetizzante.
Veloce, veloce, veloce. Tanto veloce da esser lento, neppure un poco al passo col pensiero . Eppure le sensazioni e la pelle della strada si strofinano, sono abbastanza vicine da strofinarsi l’una contro l’altra di tanto in tanto. Non si può propriamente dire che non vi sia contatto, non si potrebbe propriamente dire che non pensi a nulla quel mezzo uomo lì, che sbava su se stesso con la testa ciondoloni e gli arti come molluschi, e distanze che pendono dagli occhi.
Un embrione sembra, più che un mezzo morto.

lunedì 3 marzo 2008

Qui il bisogno prorompente di comprare un profumo. Prorompente il bisogno e non il desiderio. Alcuna traccia di odori di fiori, resine, aghi di pino, foglie bagnate. I colori e gli odori qui hanno lo stesso monocromatico tono nullo, un grigio che non è dato dalla somma del bianco e del nero, ma dalla sottrazione di tutti i colori. Sentendone la mancanza ho voglia di entrare in un negozio per acquistare una gonna a ruota stampata con una fantasia floreale. E litri di profumo anche per ficcare il naso nei polsi camminando per strada. Anche io di Milano amo la nebbia, che almeno è nebbia vera, non come il sole che pare ricreato al pari del laghetto di parco Sempione, impiantato come gli alberi del bosco in città, come il cartellone pubblicitario che fa da scenografia a Truman, Truman Show, Milano fashion week e ancora nuovo su nuovo, presunto nuovo su nuovo, presunta marcia in avanti e nessun passo. Milano accoglie la contemporaneità senza restrizioni di pensiero, ma con la stessa facilità la fa scivolare via da sè per lasciare il posto ad altro, ben più nuovo. Osservazioni superflue trite e ritrite. E dire che tutta la varietà umana che circola per queste strade nulla vale causa la povertà di interesse verso ciò che è altro da noi e dal nostro guardare parimenti è superfluo. Qui ho creato il paradosso della mia immobilità in un mondo che corre ed altrettanto velocemente non riesce a correre in nessun altro luogo del mio Paese. Qui sono le dodici meno cinque della mia esistenza da un anno e poco più. Mancano sei minuti, esatti come il sei di Baricco. Questi sei minuti gradirei non trascorrerli rantolando inutilità sul pessimo cibo degli aperitivi. Questi sei minuti vorrei rassomigliassero quanto più possibile alla contrapposizione massima di quel settimo minuto, in modo da poter finir di costruire quel cerchio entro il quale non posso permettermi di apportare le lancette senza che questo sia completato. Scrivo in maniera criptica per scaramanzia. Ora torno in Grecia da Henry Miller finché non si faranno le 16:00 e dovrò tornare a costruire un altro pezzetto del fantomatico cerchio.