venerdì 18 gennaio 2008
perché un blog
Un bel giorno, come nelle migliori fiabe moderne, mi sveglio decidendo di creare un mio blog. La motivazione risiede nella mia personale, costante ricerca di essere al passo con i giovani dei quali faccio parte. Al passo con le innovazioni tecnologiche, così lontane dal mio sentire malauguratamente retrò, e con ciò che ad esse si accompagna. L'etimologia empirica del blog vuole che esso sia una trasposizione virtuale del diario e non troppo lontano da questo mi pare che si discosti in realtà, per quello che è la mia poca esperienza. Ed è per farne che ho deciso di cimentarmi su questo terreno, ritenendo sia questa la strada più breve per capirne qualcosa. Capire il perché di questa moda dilagante e il modo che ha di diramarsi. In breve, questo blog è per me un esperimento dalla duplice prospettiva sul mondo umano nello spazio virtuale e sulla mia personale reazione a questa nuova ( presumibilmente, dato che confesso di iniziare con il pregiudizio che in effetti nulla cambi negli scambi umani benché sul web) esperienza. E visto che le cose mi piace ingannarmi di farle per bene cercherò di non tralasciare gli elementi tipici di questa espressione ego-centrica e di farlo con la massima trasparenza ( altrimenti l'esperimento, contaminato, verrebbe meno, o no? ).
milano
Ci sono due pareti bianche con alcuni buchi colorati, ce n’è un’altra interamente di specchio che si riversa nel centro della stanza a conferire ordine e senso della realtà; e poi questa, smangiucchiata nel mezzo, trattenuta a stento all’interno di questo mondo intimo da una cornice bianca, pulita, minimalista che non regge in sé quel vuoto sul quale si inizia a crollare, rendendolo ancora ordine e senso del controllo delle cose. Le “cose” latine, le cose tutte e molteplici in continuo divenire, che ruotano e modificano la realtà quotidiana, (costituita per l’appunto da esse).
Al di là della finestra dunque un consueto cortile dalla base irregolare nel quale si iscrivono triangoli e quadrati di giardinetto, rialzi di brevi tetti piani per la cuccia delle auto. A salire con lo sguardo fuscelli di alberi e finestre al primo piano con i panni stesi ed i tappeti lasciati a prendere aria, per quanto grigia, istintiva, archetipica aria fuori dalle finestre e dai balconi sui quali nessuno sta qui al nord del mio Paese. Così forse la chiacchiera correrà sotterranea dentro i tubi dell’acqua e del gas, si rannicchierà nelle due battute dinnanzi alla cassetta della posta, nel battito di ciglia metallico dell’ascensore. Avrà sempre tutte le età e la parvenza di quella sola anziana dai capelli grigi e le ore oziose che pure divorano ed arrossano le mani silenziose, quelle. Come le finestre buie e quelle sporadiche illuminate di un giallo caldo nelle ore serali, chiuse sul perseverare di un’attività incessante e l’omertà di un perpetuo lavorio onirico.
Oggi pioviccica come si suppone pioviccichi a Londra sui fiori curatissimi dei parchi e le strade dai contorni marcati di ponderatezza ed eccentricità impolverata. Piove, gocciolina dopo gocciolina, lentamente, dilazionando il carico d’acqua, mestamente come se nulla fosse, quasi come se non fosse affatto, che dell’ombrello si può anche fare a meno, si può anche omettere che piova dopotutto.
Lo si trova sconveniente di questi tempi, non lo si identifica che con un cliché quello stare a guardare là sul ciglio del cortile i propri simili muoversi riservati a braccetto con il proprio quotidiano e le riflessioni metodiche che implica; sconveniente starsene là a guardare come un bambino nel proprio essere, poiché le radici dell’essere sono state ricollocate al di là dell’infanzia.
Anche per le donne. Pronti, partenza, via! Per crescere quanto più in fretta possibile, imparare un mestiere, iscriverlo al relativo albo e sulla linea nera della carta d’identità, plastificata, foderata, appesa al tanto agognato tailleur nero, il cambio grigio che poi ci si butta su l’accessorio giusto, la pashmina che dà colore alle guance e su e giù lungo la passerella, dalle otto alle diciassette e via a tagliar corto sulla treccia con i fili colorati ed i desideri intrecciati, che basta un analgesico ed un tampax, una lampada e una lavata di mani per calar gli spaghetti, bersi un aperitivo e non contaminare nulla, non aspettare nulla, neppure che quel dolore attecchisca ai sensi, permei il notturno, scivoli via dalle gambe e dalle spalle, come un foulard che si tiri via e lasci il collo nudo e libero riappropriarsi della sua esistenza. Pelle a ricoprire centimetri di vertebre, nuovamente inclini al ritmo, nuovamente promiscue nel loro assoggettarsi all’aria.
Al di là della finestra dunque un consueto cortile dalla base irregolare nel quale si iscrivono triangoli e quadrati di giardinetto, rialzi di brevi tetti piani per la cuccia delle auto. A salire con lo sguardo fuscelli di alberi e finestre al primo piano con i panni stesi ed i tappeti lasciati a prendere aria, per quanto grigia, istintiva, archetipica aria fuori dalle finestre e dai balconi sui quali nessuno sta qui al nord del mio Paese. Così forse la chiacchiera correrà sotterranea dentro i tubi dell’acqua e del gas, si rannicchierà nelle due battute dinnanzi alla cassetta della posta, nel battito di ciglia metallico dell’ascensore. Avrà sempre tutte le età e la parvenza di quella sola anziana dai capelli grigi e le ore oziose che pure divorano ed arrossano le mani silenziose, quelle. Come le finestre buie e quelle sporadiche illuminate di un giallo caldo nelle ore serali, chiuse sul perseverare di un’attività incessante e l’omertà di un perpetuo lavorio onirico.
Oggi pioviccica come si suppone pioviccichi a Londra sui fiori curatissimi dei parchi e le strade dai contorni marcati di ponderatezza ed eccentricità impolverata. Piove, gocciolina dopo gocciolina, lentamente, dilazionando il carico d’acqua, mestamente come se nulla fosse, quasi come se non fosse affatto, che dell’ombrello si può anche fare a meno, si può anche omettere che piova dopotutto.
Lo si trova sconveniente di questi tempi, non lo si identifica che con un cliché quello stare a guardare là sul ciglio del cortile i propri simili muoversi riservati a braccetto con il proprio quotidiano e le riflessioni metodiche che implica; sconveniente starsene là a guardare come un bambino nel proprio essere, poiché le radici dell’essere sono state ricollocate al di là dell’infanzia.
Anche per le donne. Pronti, partenza, via! Per crescere quanto più in fretta possibile, imparare un mestiere, iscriverlo al relativo albo e sulla linea nera della carta d’identità, plastificata, foderata, appesa al tanto agognato tailleur nero, il cambio grigio che poi ci si butta su l’accessorio giusto, la pashmina che dà colore alle guance e su e giù lungo la passerella, dalle otto alle diciassette e via a tagliar corto sulla treccia con i fili colorati ed i desideri intrecciati, che basta un analgesico ed un tampax, una lampada e una lavata di mani per calar gli spaghetti, bersi un aperitivo e non contaminare nulla, non aspettare nulla, neppure che quel dolore attecchisca ai sensi, permei il notturno, scivoli via dalle gambe e dalle spalle, come un foulard che si tiri via e lasci il collo nudo e libero riappropriarsi della sua esistenza. Pelle a ricoprire centimetri di vertebre, nuovamente inclini al ritmo, nuovamente promiscue nel loro assoggettarsi all’aria.
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